"Pezzi di nostalgia, pezzi di malinconia, pezzi di euforia ma tutti di 'primo taglio' perchè noi 'scarti' non ne abbiamo"
"Le emozioni sono il fine dell'arte. E le canzoni devono riuscire a smuovere tutti i 56 muscoli che compongono quell'unico muscolo chiamato cuore. Ecco perchè sono contro gli stili che le emozioni finiscono per ingabbiare. Meglio essere onnivori in fatto di musica".
[Vinicio Capossela]
"Vinicio Capossela" 'Da Solo Tour' { Catania 20/03/2009 }
* * * * *
" Nouvelle Vague " " Live at Mercati Generali " { Catania 30/04/09 }
* * * * *
" Serie A Tim " -Catania vs Milan- { Catania 03/05/09 }
* * * * * " Vittoria Jazz Festival
" "Flora Faja ft Fabrizio Bosso" { Vittoria 20/06/09 } * * * * * " Volley World League 2009
" " Italia vs USA" { Catania 21/06/09 }
* * * * *
"Vinicio Capossela" 'DEA FEST 2009' { Gambarie 14-15/08/2009 }
* * * * *
"Vinicio Capossela" " Womad in Sicily " { Taormina 26/09/2009 }
* * * * *
" Serie A Tim " -Chievo vs Milan- { Verona 25/10/09 }
* * * * *
" 6 Nazioni Rugby " "Italia vs Scozia" { Roma 27/02/10 }
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Pensato, ma non troppo... lunedì, 28 settembre 2009 in: morale, provoc-azioni
[Carmen Consoli - Tutto su Eva]
Io sbaglio.
Eh sì, io sbaglio.
Io sono uno che sbaglia.
Mi si dirà: Tutti sbagliamo. 'Staminchia! io sbaglio molto più di tutti gli altri.
Tipo che se esistesse un elenco degli errori,io sono sicuro di averli commessi nella totalità.
Tipo che se qualcuno mi dicesse che ha fatto un errore che io non ho fatto, io sono sicuro, al centoxcento, di aver fatto anche quello e/o comunque anche fossi superato nella tipologia dell'errore, io sono sicuro di aver sbagliato molto di più, e molto più profondamente.
Io sbaglio anche nelle scelte, se mi trovo a fare una scelta scelgo sempre la soluzione sbagliata.
A volte, per non sbagliare, spesso non scelgo, ed anche in questo sbaglio.
Sbaglio facendo e sbaglio non facendo, sbaglio parlando e non parlando, scrivendo e non scrivendo, capendo e non capendo e si potrebbe continuare questa litanìa usando qualsiasi verbo, qualsiasi azione tanti sono stati, sono e saranno i miei errori.
Io ci provo a non farne più di sbagli, davvero, ma mi vengono lo stesso.
Non so mica com’è che mi succede.
Boh!
Ieri sera, per esempio, volevo uscire, poi ho sbagliato il sale nell'insalata ed allora sono rimasto a casa.
A bere.
Siete mai stati travolti da un treno in corsa?
Beh, nemmeno io in effetti.
Però ho conosciuto lei e adesso ne subisco qualche conseguenza.
Ma non è di questo che volevo parlare.
Infatti credo proprio che nel mio rapporto con questo blog ci sia qualcosa che non funziona tanto a dovere.
Più che altro, oggi mi sono reso conto che non mi è ancora entrato nel cervello il concetto che le cose che io scrivo qui, appuntandole come in un moleskine, magari poi vengono lette da qualcuno.
E che, poi, questo qualcuno potrebbe commettere l'errore di prenderle sul serio, e, magari, pensarci sopra un attimo troppo sprecando il suo tempo ad interrogarsi sul loro significato e le loro implicazioni.
Insomma, oggi mi sono detto che bisognerebbe pensarci sopra un attimo prima di scrivere certe cose.
Perché scrivere non è affatto come parlare, -per quanto io sia biologicamente inadatto anche alle conversazioni. Parlare è proprio una cosa che non imparerò mai a fare decentemente- scrivere è un casino di compromessi e interpretazioni e ipotesi. Scrivere è fissare le cose in un modo che non è mai quello giusto.
E va a finire che questo qualcuno creda a tutto questo casino di compromessi e insoddisfazioni, mentre non ne vale proprio la pena.
Dovrei stare un po' più attento alle persone, agli amichi soprattutto.
E, prima di dire cose, accertarmi che il cervello sia connesso ed in buono stato neurovegetativo.
Questo non vuol dire censurarmi, vuol dire solo rendermi conto che al mondo, oltre a me, c'è pure altra gente che certe cose -magari- proprio non se le meriterebbe.
Buongiorno a tutti voi che ogni tanto finite da queste parti.
Abbiate pazienza se potete, prima o poi -mi- passa.
Sicuro!
Grandi misteri.
Io sono misterioso.
Il funzionamento del mio cervello è misterioso.
Vorrei capire come agisce, come i vari neuroni comunicano tra loro
Perché spesso mi portano a fare cose senza senso, pericolose, potenzialmente catastrofiche.(mado')
C'è possibilità di scelta, ma mi sembra quasi di non averne.
Mi lascio risucchiare dalla voglia di provare, di osare, nonostante tutto e tutti.
Coraggio o incoscienza? Di più la seconda. Sicuro.
Intanto ho preso qualche giorno di ferie, provo a godermi questo momento di libertà 'condizionata'.
Bello stare soli quando stare soli è bello.
Ti conosci e ti capisci, sai di te e della tua storia.
Non hai bisogno di importi, di prevaricare, di conquistare i tuoi spazi, puoi stare e puoi essere senza dover contendere niente a nessuno.
Puoi chiederti cosa vuoi e aspettare pazientemente una risposta, anche quella sbagliata, anche quella che non verrà.
Ma la solitudine dà alla testa come il nero d'avola.
A volte. Sapevatelo no ?!
Pensato, ma non troppo... lunedì, 10 agosto 2009 in: memories, lei , morale
[Cesare Cremonini - Niente di Più]
Di sicuro qualcuno vi troverà il risvolto psicologico collegandolo a chissà quale causa/effetto, a quali traumatici accadimenti infantili, al sub-inconscio e ad i suoi meandri.
Io penso invece si tratti di idiozia bella e buona.
Sto parlando di me e dell'assurda mania di cercare il limite in tutte le cose.
Mi succede da sempre, da quando ero bambino ed avevo tra le mani qualcosa che mi rendeva felice.
Come l'alfasud gialla.
Me lo ricordo perfettamente quel modellino, ricordo che tutte le volte rimanevo incantato a guardare la vetrina del distributore di benzina, ricordo che non le staccavo gli occhi di dosso nemmeno dopo essere ripartiti, dapprima attraverso il vetro laterale dell'auto, poi man mano che l'auto procedeva, dal lunotto posteriore con le ginocchia sul sedile e le mani poggiate sullo schienale.
La vedevo rimpicciolirsi fino a diventare un indistinguibile puntino giallo, poi ritornavo a sedermi fronte marcia.
Ricordo il giorno in cui nonno entrò a casa e posò sul tavolo quella scatola quadrata e semitrasparente.
Ricordo i miei movimenti lenti, quasi ipnotici, la mano sullo spigolo superiore sinistro, la leggera pressione per far ruotare la scatola, la testa inclinata fino ad appoggiarsi al braccio posato sul tavolo.
Non ci potevo credere, era mia.
Aprii la scatola lateralmente evitando di strapparla, rimossi delicatamente la protezione in polistirolo, estrassi la macchina insieme alla base in plastica nera e la passai a nonno per permettergli di svitare il fermo che li teneva uniti. -Tieni, non la rompere- mi disse -No- risposi sicuro
Presi la mia alfasud gialla tenendola davanti e dietro, da sotto con entrambe le mani, ed andai a sedermi sul divano. -E se davvero si rompe?- pensai.
La poggiai sulle gambe e ne aprii lo sportello, lo chiusi e lo riaprii tastandone la resistenza facendo pressione sulla sua estremità.
Lo feci una, due, tre, quattro volte, imprimendo una forza sempre maggiore per capire quanto avrei potuto osare, fino a che -"stunk"- lo sportello si scardinò.
Tutto questo dopo più o meno trenta secondi.
Stessa cosa feci nel tempo con il cofano della 500 rossa, con lo sterzo della moto da cross, con il cannone del carro armato verde, con il timone di coda dello spitfire mimetico, col braccio di big jim subacqueo.
Adesso succede praticamente lo stesso con i rapporti interpersonali.
Il fatto è che non so essere riconoscente quando gli altri si occupano di me.
Le attenzioni che ricevo mi piacciono, ma ho sempre paura che finisca per diventarne dipendente.
E allora, anche in questi, finisco ad osare e giocare con il limite.
Quel punto sottile spingendomi oltre il quale faccio a pezzi le cose.
Un idiota, sì un idiota.
Non si spiega altrimenti.
"Se da bambino mi fossi scritto una storia,
la storia più bella che mi potessi immaginare,
l'avrei scritta come effettivamente mi sta accadendo."
Paolo Maldini
[Francesco De Gregori - La Leva Calcistica della classe'68]
Da piccolo, come la maggior parte di tutti noi piccoli di quei tempi, avevo un sogno: Diventare un calciatore.
Allora diventare calciatori voleva dire giocare da professionista, in una vera squadra, in un vero stadio, tra veri tifosi.
Nessun riferimento a contratti multimilionari, belle macchine, belle donne, bella vita.
Il massimo dell’ambizione e del lusso sarebbe stata una figurina sull'album Panini.
I primi calci cominciai a tirarli nel cortile a casa dei miei nonni.
Una striscia in mattoni di 2 metri per 20, un campo di bocce in pratica, delimitata da un lato da una cancellata, dall'altro dalla facciata delle abitazioni, le squadre erano promiscue e composte al momento tra cugini.
Crescendo ci trasferimmo di casa e di quartiere, con i nuovi amici giocavamo per strada, e quando dico per strada non lo dico così tanto per dire, giocavamo proprio in una strada infatti.
Le linee laterali erano costituite dai marciapiedi mentre quelle di fondocampo erano in corrispondenza con i margini di altre due strade che la incrociavano ortogonalmente; le porte, misurate a passi, delimitate da due grosse pietre, il fondo in asfalto ovviamente.
Al passaggio di una macchina si ci bloccava tutti nelle posizioni in cui eravamo, successivamente si riprendeva la sfida esattamente da dove la si era fermata al grido di "si gioca".
Anche qui le squadre si formavano al momento, secondo un tacito accordo erano i due più bravi a scegliere un giocatore a testa fino alla fine degli stessi.
Più eri bravo, prima venivi scelto; io ero un’ultima scelta, penultima se c’era Luca, uno dei pochi esempi viventi a supporto delle teorie di Sir Charles Robert Darwin.
Ai tempi esistevano tre tipi di pallone, il Super Tele, il più economico ma anche il meno adatto al gioco, la sua leggerezza ed elasticità infatti rendevano impossibile impostarne la traiettoria, risultante imprevedibile e contro ogni regola, conosciuta, della fisica.
Il secondo era il Super Santos, ottimo compromesso qualità/prezzo, più pesante e meno elastico rispetto al Super Tele ma pur sempre un pallone di media fattura.
Il terzo, e più ambito, era il San Siro successivamente divenuto Tango.
Il San Siro/Tango era ciò che in gomma più si avvicinava agli originali palloni in cuoio; a chi metteva a disposizione, per giocare, un SanSiro/Tango veniva universalmente riconosciuto il privilegio di salire anche di una/due chiamate nella scelta iniziale.
Da quel momento la mia paghetta settimanale fu destinata all’acquisto del suddetto, contestualmente smisi di andare a prendere Luca fin sotto casa. –una 'carogna', lo so!-
Oh, diciamocelo chiaramente, non sono mai stato un bravo giocatore almeno nella tecnica pura, ma il fatto di non aver mai lesinato impegno e grinta ha fatto sì che ancora oggi possa dilettarmi settimanalmente in un paio di partite.
Certo adesso ricopro il ruolo -raro- di portiere ed il massimo dei riconoscimenti è quando a fine gara ricevo una pacca sulla spalla o qualcuno della partita successiva mi chiede di unirmi a loro offrendosi di pagare la mia quota campo.
Però, senza eccessivi sacrifici di memoria, ho ancora a mente la gran parte delle partite giocate, la quasi totalità dei goal segnati, tutti i complimenti ricevuti.
Come quell’estate che, alla fine della seconda partita consecutiva giocata in spiaggia, Manuela, ragazza Romana del cui nome non sono certo ma della quale ricordo perfettamente le posteriori rotondità, mi disse entusiasta: “Ah Luì… hai giocato a ‘la grande!”(Un paio d’ore dopo svenni, per la fatica, collassando. n.d.b.)
Questo perché ancora oggi il calcio per me è come quel sogno da piccolo.
Quel sogno in cui avrei giocato in una vera squadra, in un vero stadio, tra veri tifosi.
Quello stesso sogno deve averlo avuto, a quei tempi, anche Paolo Maldini.
Quello stesso sogno per lui si è poi realizzato in: 7 scudetti, 5 SuperCoppa Italiana, 1 coppa Italia, 5 Champions League, 5 SuperCoppa Europea, 2 Coppe Intercontinentali, 1 Coppa del mondo per Club, tutto in 901+1 partite giocate esclusivamente nel Milan.
Quello stesso -mio- sogno è stato ieri infranto -ed infangato- dai, pochi ma onnipresenti, soliti idioti. (Vergognatevi Merde!)
E poi, come crema lenitiva sulla pelle irritata dal quotidiano, ti coglie un pensiero di quelli che fanno fare un gran sorriso al cuore.
E' da un po' che elaboro una teoria alla quale sto cercando di dare un senso meno eccentrico.
Sono infatti sempre più convinto che non siamo proprio noi per forza a scegliere con chi relazionarci, a decidere chi avere come amico/a, fidanzato/a, conoscente, ma nasciamo già con dei fili il cui capo termina con una persona e vivendo vivendo, arrotola e avvolgi, prima o poi la si incontra.
Casualità, fato, sorte, il buon vecchio destino.
Persone. Amici. Nemici. Contatti. Fidanzati. Amanti. Difficoltà. Complicazioni. Insegnamenti.
Nomi e fatti scritti nel copione della nostra esistenza.
Sceneggiatura di una vita che non conosciamo, distesa avanti a noi.
Lo sento, c'è qualcosa in me in questi giorni che non va.
No, non sono ipocondriaco, affatto.
Ma, per motivi che non sto qui a spiegarvi, in questi ultimi anni ho imparato ad ascoltare continuamente il mio corpo.
Conosco sintomi, prevedo algìe, anticipo diagnosi, mi auto-prescrivo terapie.
E' andata così fino a questa sera, fino a quando dopo essermi sollazzato sul divano per un intero pomeriggio tra le pagine di un libro, la tv ed un paio di cd, ho deciso di farmi una doccia.
Come logico, mi sono spogliato, ho preso accappatoio, bagnoschiuma e shampoo e non appena mi sono messo sotto la doccia ho cominciato a non vederci più bene, così, improvvisamente percepivo tutto annebbiato.
Non ci voleva tanto a capire che qualcosa non andava, ho pensato, data la repentinità dell'accaduto, a qualcosa di veramente serio ed in un momento ho realizzato tutta una serie di situazioni di svariata natura, tipo... -il dovere rinunciare prematuramente all'ipotesi, plausibile, di passare il resto della mia vita insieme a Nicole Kidmano, in alternativa, ad Halle Berry - il dolore del direttore -bastardo- della banca erogatrice il mio mutuo casa che, a seguito della lettura del mio necrologio, affranto si martella una palla - immaginare mia moglie che spende, in vestiti borse e scarpe, l'intera mia buonuscita, i massimali della polizza vita e l'indennità extraprofessionale - la psicoterapeuta prenotarsi un soggiorno di un mese presso un monastero Zen per scongiurare l'ipotesi di una -sua- sindrome nevrastenica - il rammarico di non poter vedere l'Inter vincere una Champions, non perché sia interista, anzi tutt'altro, ma perché evento raro quanto il passaggio della Cometa di Halley - il mio capo che fa una colletta tra i miei colleghi per giocarsi un sistema al superenalotto con i numeri delle mie date di nascita, morte ed il numero di matricola aziendale - i progetti diGhiandadi fondare -e presiedere- un Helados BlogFanClubsciogliersi come una granita in un Siculo mezzogiorno d'agosto
... e così via.
Dopo quell'istante sembratomi eterno, considerato che ancora tutto si poteva dire di me fuorché che avessi tirato le cuoia, ho portato le mani agli occhi per eseguire quel gesto tanto comune che si fa per rilassarli strizzandoli leggermente e li mi accorgo che quel qualcosa che non andava erano gli occhiali.
Cioè, mi ero messo sotto la doccia indossando ancora gli occhiali. Sigh!
Non è per ripetermi, ma qualcosa in me in questi giorni non va.
Pensato, ma non troppo... sabato, 28 marzo 2009 in: lei , morale
(Un palloncino. Sì un palloncino. Un palloncino che cerchi di non perdere tenendolo stretto con tutta la forza che hai ma consapevole del fatto che è legato ad un filo troppo sottile...)