¤ In_Fr(a)_azioni ¤
"Se da bambino mi fossi scritto una storia,
la storia più bella che mi potessi immaginare,
l'avrei scritta come effettivamente mi sta accadendo."
Paolo Maldini![]()
[Francesco De Gregori - La Leva Calcistica della classe'68]
Da piccolo, come la maggior parte di tutti noi piccoli di quei tempi, avevo un sogno: Diventare un calciatore.
Allora diventare calciatori voleva dire giocare da professionista, in una vera squadra, in un vero stadio, tra veri tifosi.
Nessun riferimento a contratti multimilionari, belle macchine, belle donne, bella vita.
Il massimo dell’ambizione e del lusso sarebbe stata una figurina sull'album Panini.
I primi calci cominciai a tirarli nel cortile a casa dei miei nonni.
Una striscia in mattoni di 2 metri per 20, un campo di bocce in pratica, delimitata da un lato da una cancellata, dall'altro dalla facciata delle abitazioni, le squadre erano promiscue e composte al momento tra cugini.
Crescendo ci trasferimmo di casa e di quartiere, con i nuovi amici giocavamo per strada, e quando dico per strada non lo dico così tanto per dire, giocavamo proprio in una strada infatti.
Le linee laterali erano costituite dai marciapiedi mentre quelle di fondocampo erano in corrispondenza con i margini di altre due strade che la incrociavano ortogonalmente; le porte, misurate a passi, delimitate da due grosse pietre, il fondo in asfalto ovviamente.
Al passaggio di una macchina si ci bloccava tutti nelle posizioni in cui eravamo, successivamente si riprendeva la sfida esattamente da dove la si era fermata al grido di "si gioca".
Anche qui le squadre si formavano al momento, secondo un tacito accordo erano i due più bravi a scegliere un giocatore a testa fino alla fine degli stessi.
Più eri bravo, prima venivi scelto; io ero un’ultima scelta, penultima se c’era Luca, uno dei pochi esempi viventi a supporto delle teorie di Sir Charles Robert Darwin.
Ai tempi esistevano tre tipi di pallone, il Super Tele, il più economico ma anche il meno adatto al gioco, la sua leggerezza ed elasticità infatti rendevano impossibile impostarne la traiettoria, risultante imprevedibile e contro ogni regola, conosciuta, della fisica.
Il secondo era il Super Santos, ottimo compromesso qualità/prezzo, più pesante e meno elastico rispetto al Super Tele ma pur sempre un pallone di media fattura.
Il terzo, e più ambito, era il San Siro successivamente divenuto Tango.
Il San Siro/Tango era ciò che in gomma più si avvicinava agli originali palloni in cuoio; a chi metteva a disposizione, per giocare, un SanSiro/Tango veniva universalmente riconosciuto il privilegio di salire anche di una/due chiamate nella scelta iniziale.
Da quel momento la mia paghetta settimanale fu destinata all’acquisto del suddetto, contestualmente smisi di andare a prendere Luca fin sotto casa. –una 'carogna', lo so!-
Oh, diciamocelo chiaramente, non sono mai stato un bravo giocatore almeno nella tecnica pura, ma il fatto di non aver mai lesinato impegno e grinta ha fatto sì che ancora oggi possa dilettarmi settimanalmente in un paio di partite.
Certo adesso ricopro il ruolo -raro- di portiere ed il massimo dei riconoscimenti è quando a fine gara ricevo una pacca sulla spalla o qualcuno della partita successiva mi chiede di unirmi a loro offrendosi di pagare la mia quota campo.
Però, senza eccessivi sacrifici di memoria, ho ancora a mente la gran parte delle partite giocate, la quasi totalità dei goal segnati, tutti i complimenti ricevuti.
Come quell’estate che, alla fine della seconda partita consecutiva giocata in spiaggia, Manuela, ragazza Romana del cui nome non sono certo ma della quale ricordo perfettamente le posteriori rotondità, mi disse entusiasta: “Ah Luì… hai giocato a ‘la grande!” (Un paio d’ore dopo svenni, per la fatica, collassando. n.d.b.)
Questo perché ancora oggi il calcio per me è come quel sogno da piccolo.
Quel sogno in cui avrei giocato in una vera squadra, in un vero stadio, tra veri tifosi.
Quello stesso sogno deve averlo avuto, a quei tempi, anche Paolo Maldini.
Quello stesso sogno per lui si è poi realizzato in: 7 scudetti, 5 SuperCoppa Italiana, 1 coppa Italia, 5 Champions League, 5 SuperCoppa Europea, 2 Coppe Intercontinentali, 1 Coppa del mondo per Club, tutto in 901+1 partite giocate esclusivamente nel Milan.
Quello stesso -mio- sogno è stato ieri infranto -ed infangato- dai, pochi ma onnipresenti, soliti idioti. (Vergognatevi Merde!)
Allora diventare calciatori voleva dire giocare da professionista, in una vera squadra, in un vero stadio, tra veri tifosi.
Nessun riferimento a contratti multimilionari, belle macchine, belle donne, bella vita.
Il massimo dell’ambizione e del lusso sarebbe stata una figurina sull'album Panini.
I primi calci cominciai a tirarli nel cortile a casa dei miei nonni.
Una striscia in mattoni di 2 metri per 20, un campo di bocce in pratica, delimitata da un lato da una cancellata, dall'altro dalla facciata delle abitazioni, le squadre erano promiscue e composte al momento tra cugini.
Crescendo ci trasferimmo di casa e di quartiere, con i nuovi amici giocavamo per strada, e quando dico per strada non lo dico così tanto per dire, giocavamo proprio in una strada infatti.
Le linee laterali erano costituite dai marciapiedi mentre quelle di fondocampo erano in corrispondenza con i margini di altre due strade che la incrociavano ortogonalmente; le porte, misurate a passi, delimitate da due grosse pietre, il fondo in asfalto ovviamente.
Al passaggio di una macchina si ci bloccava tutti nelle posizioni in cui eravamo, successivamente si riprendeva la sfida esattamente da dove la si era fermata al grido di "si gioca".
Anche qui le squadre si formavano al momento, secondo un tacito accordo erano i due più bravi a scegliere un giocatore a testa fino alla fine degli stessi.
Più eri bravo, prima venivi scelto; io ero un’ultima scelta, penultima se c’era Luca, uno dei pochi esempi viventi a supporto delle teorie di Sir Charles Robert Darwin.
Ai tempi esistevano tre tipi di pallone, il Super Tele, il più economico ma anche il meno adatto al gioco, la sua leggerezza ed elasticità infatti rendevano impossibile impostarne la traiettoria, risultante imprevedibile e contro ogni regola, conosciuta, della fisica.
Il secondo era il Super Santos, ottimo compromesso qualità/prezzo, più pesante e meno elastico rispetto al Super Tele ma pur sempre un pallone di media fattura.
Il terzo, e più ambito, era il San Siro successivamente divenuto Tango.
Il San Siro/Tango era ciò che in gomma più si avvicinava agli originali palloni in cuoio; a chi metteva a disposizione, per giocare, un SanSiro/Tango veniva universalmente riconosciuto il privilegio di salire anche di una/due chiamate nella scelta iniziale.
Da quel momento la mia paghetta settimanale fu destinata all’acquisto del suddetto, contestualmente smisi di andare a prendere Luca fin sotto casa. –una 'carogna', lo so!-
Oh, diciamocelo chiaramente, non sono mai stato un bravo giocatore almeno nella tecnica pura, ma il fatto di non aver mai lesinato impegno e grinta ha fatto sì che ancora oggi possa dilettarmi settimanalmente in un paio di partite.
Certo adesso ricopro il ruolo -raro- di portiere ed il massimo dei riconoscimenti è quando a fine gara ricevo una pacca sulla spalla o qualcuno della partita successiva mi chiede di unirmi a loro offrendosi di pagare la mia quota campo.
Però, senza eccessivi sacrifici di memoria, ho ancora a mente la gran parte delle partite giocate, la quasi totalità dei goal segnati, tutti i complimenti ricevuti.
Come quell’estate che, alla fine della seconda partita consecutiva giocata in spiaggia, Manuela, ragazza Romana del cui nome non sono certo ma della quale ricordo perfettamente le posteriori rotondità, mi disse entusiasta: “Ah Luì… hai giocato a ‘la grande!” (Un paio d’ore dopo svenni, per la fatica, collassando. n.d.b.)
Questo perché ancora oggi il calcio per me è come quel sogno da piccolo.
Quel sogno in cui avrei giocato in una vera squadra, in un vero stadio, tra veri tifosi.
Quello stesso sogno deve averlo avuto, a quei tempi, anche Paolo Maldini.
Quello stesso sogno per lui si è poi realizzato in: 7 scudetti, 5 SuperCoppa Italiana, 1 coppa Italia, 5 Champions League, 5 SuperCoppa Europea, 2 Coppe Intercontinentali, 1 Coppa del mondo per Club, tutto in 901+1 partite giocate esclusivamente nel Milan.
Quello stesso -mio- sogno è stato ieri infranto -ed infangato- dai, pochi ma onnipresenti, soliti idioti. (Vergognatevi Merde!)

[Grazie Capitano.
Scusa Paolo.]
Scusa Paolo.]
Sottoscritto da helados alle 13:58
|commenti (29)
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fino a farti apparire cosi' bella, appunto, anche esteriormente"